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Succede che Giancarlo Chittolini mi chiama, come fa di solito, e mi convoca col suo fare travolgente al Trial Run di Prato Spilla; non so cos’è l’uno, né cos’è l’altro, ma la prima parola mi evoca qualcosa di duro e faticoso e mi preoccupa non poco; un po’ di discussione “filologica” sulla pronuncia, “trial” in inglese si pronuncia pressappoco “traiel”, ma chissà perché la maggior parte degli italioti ha deciso di pronunciarla così com’è scritta e ne nasce una simpatica querelle con il Chitto.
Che sia qualcosa di duro è spiegato dal luogo, Prato Spilla, rifugio dell’Appennino Parmense a 1.350 metri, dove Giancarlo è andato ad inventare un’altra delle sue. Naturalmente so già che lo seguirò come sempre, il metaforico cordone ombelicale che ci unisce nel nome della corsa dal 1970 funziona così, ma lui mi rassicura :“ E’ un posto bellissimo, vedrai che ti piacerà”.
Così parto da Bassano del Grappa per Prato Spilla, mi accompagna mia
moglie Paola, felice di fuggire dai 40 gradi della pianura; per la
strada mi vien da pensare ad un logo per questa trasferta tipo “ Dalle
Alpi agli Appennini”, penso anche che ho appena finito di leggere il
libro di Rumiz e mi viene da storpiarne il titolo in “ La leggenda dei
monti correnti”, arrivo a Parma e prendo la strada per Langhirano;
l’Appennino è in vista e si comincia a salire.
Dopo un po’ una visione,
il castello di Torrechiara, un castello perfetto, come lo disegneresti
se ti dicessero di farlo, “il castello” per eccellenza e comincio ad
entrare nella dimensione della storia. Perché sono fatto così, ed oltre
all’atletica, la mia grande passione è la storia, e cerco di far
convivere insieme questi due mondi; ogni corsa per me deve avere un
aggancio, una suggestione, un contorno globale con quello che c’è stato
negli anni, nei secoli prima, sono sensazioni che mi fanno sentire
bene, forse è quello che gli antichi definivano il “genius loci”, una
spiritualità che si interscambia con la fisicità del correre, del
sudare, del soffrire, un essere qui ora e allora, un vivere tra più
dimensioni. Si sale verso la montagna, in un paesaggio verdissimo, con
la gioia di incrociare un’auto appena ogni cinque o forse più
chilometri, un sogno dopo le code in autostrada.
Mi colpiscono i
cartelli stradali con le scritte “Itinerario matildico” e “Strada del
sale”; siamo nel cuore della storia d’Italia, quasi mille anni giusti
dalla “grande contessa” che dominava dal Po alla Toscana e si
permetteva di bastonare l’imperatore di Germania; chiedo a Paola: “ Ma
a scuola insegneranno ancora chi era Matilde di Canossa?”, mi risponde
che la storia non interessa più a nessuno, se non quella di Briatore,
Corona e la Gregoraci, povera Italia. Ma ecco Prato Spilla ed il suo
rifugio con i pannelli fotovoltaici, in un anfiteatro verde nel cuore
del Parco denominato pomposamente “dei Cento Laghi”, in realtà sono una
decina, ma la considero una meritata licenza poetica alla bellezza del
luogo. Chittolini mi aspetta e mi precetta subito per un giro di
ricognizione che ha lo scopo di controllare ed integrare le indicazioni
del percorso.
Dall’arco gonfiabile de La Gazzetta di Parma che segna la
partenza iniziamo la salita che ti porta dai 1.350 metri del rifugio ai
1.750 del monte Bocco, carichi di picchetti, cartelli e frecce, mazza e
pistola sparagraffette, una bella faticaccia, ma più si sale più il
panorama si fa splendido. Ogni tanto piantiamo un palo, fissiamo una
freccia, leghiamo un nastro, a “prova di stupido”, visto che da queste
parti un tizio, tempo addietro, si è perso ed è arrivato giù in Liguria
di corsa e pare vogliano farlo passare per un eroe locale. Arrivati sul
crinale, la vista è magnifica e spazia a sud ovest giù per le vallate
della Lunigiana sino al Golfo di La Spezia, lasciando intravedere la
Corsica; siamo sullo spartiacque appenninico, se mi volto a nordest la
Pietra di Bismantova mi porta una nuova suggestione dantesca, uno
scenario impagabile. Capisci il perché della “strada del sale” , sino
ad un paio di secoli fa dal mare salivano i portatori con i preziosi
pani di sale da portare verso la pianura emiliana.
Certo il vento è
forte e devi stare molto attento agli appoggi, sulla cresta è molto
difficile poter correre e così capisci cos’è un “trial run”. A poco a
poco il numero dei picchetti diminuisce e scende anche il sentiero,
digradando verso il primo degli specchi d’acqua, il Lago Verde, poi si
entra nel bosco, un bosco così fitto che a stento il sole ed il vento
riescono a penetrare, poi il Lago Ballano, dove mazzoliamo l’ultimo
picchetto ed infine, dopo una torbiera, l’arrivo presso il rifugio;
sono un po’stanco ma riconosco volentieri al Chitto che il posto è
bellissimo, anche se dentro di me sono un tantino preoccupato per la
corsa del giorno dopo, vorrei essere più preparato e maledico gli
allenamenti persi o lasciati a metà nell’ultimo mese. Però l’indomani
tutto è cambiato; il vento si è girato a libeccio (così mi dice
Renzo,il gestore del rifugio) ed ha portato nuvole così fitte da
sembrare nebbia; in quota è così forte che la Protezione Civile vieta
di salire sul crinale dove sarebbe facilissimo farsi male o sparire
nella bufera. Si opta per un percorso ridotto alla metà ,dal rifugio ai
laghi e ritorno, e c’è anche chi mugugna e protesta come se le
condizioni atmosferiche fossero colpa di Chittolini, poi tutto si placa
e parte la corsa dei duecento coraggiosi di Prato Spilla, bella,
combattuta, protetta nei boschi, ma è un’altra cosa, e mentre corro
penso a quella scenografia naturale sul crinale del monte Bocco, a
quella visione “carducciana” verso il Tirreno, “...poi col tuon vò a
sprofondarmi tra quei colli ed in quel mar…”, ai picchetti piantati con
fatica che giacciono inutili per metà percorso, alla grigliata che ci
aspetta alla fine, al consueto sfottò di Giancarlo: “ Per voi veneti la
corsa è una scusa per poter mangiare e bere di più!”.
Alla fine sono
comunque soddisfatto ed onestamente ammetto che il maltempo mi ha
evitato, vista la mia incompleta preparazione, una dura punizione sulla
parte alta; però l’anno prossimo tornerò perché è proprio lassù che il
cuore ha le pulsazioni più intense e perché uno scenario così va
proprio affrontato e gustato con le gambe a posto.
Vittorio Fasolo
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