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Verdi, un camminatore che ci fa correre
Corrado Mingardi & Giancarlo Chittolini
La presenza di Verdi nella sua terra è vivissima: i luoghi intatti nel tempo, l’umile casa natale, il salone di palazzo Barezzi, la villa di Sant’Agata, i fertili campi ci parlano della sua continua permanenza schiva e laboriosa; la memoria collettiva e la passione musicale del popolo lo celebrano più volte nel corso dell’anno nel piccolo teatro comunale e nella vasta piazza dominata dal suo monumento.
Venire nella sua terra è ritrovarlo, e gli sportivi possono ritrovarlo anche come grande camminatore, già in piedi allo spuntar del giorno per “esaminare il grano, il mais, la vigna” per rientrare “spossato dalla fatica”, come scrisse la moglie Giuseppina Strepponi.
E in altra lettera del Maestro: “Mi alzo alle cinque, vado alla muta
delle quaglie, si fa dopo colazione. . .”; dopo cena “si fa una
passeggiata fino a notte”. Lo scenario è quello dei campi sconfinati e
delle rive del Po “nel silenzio che lascia tempo a pensare”. Giuseppe
Verdi, il più grande musicista italiano, uno dei più amati del mondo,
nacque a Roncole presso Busseto, il 10 ottobre 1813, figlio del modesto
oste del villaggio. A 10 anni era a Busseto, dove trovò un ambiente
culturale favorevole alla sua formazione e un mecenate generoso in
Antonio Barezzi, musicofilo appassionato. Dal 1832 al 1835 lo troviamo
a Milano per completare la preparazione musicale a spese del bussetano
Monte di Pietà e del Barezzi, che l’anno dopo il suo ritorno gli
concede in moglie la figlia Margherita.
Nel 1839 il Teatro alla Scala
rappresenta la sua prima opera, “Oberto conte di San Bonifacio”. Nel
1840, con la morte improvvisa a Milano della moglie, la perdita dei due
piccoli figli e l’insuccesso della seconda opera, “Un giorno di regno”,
Verdi, distrutto dal dolore, medita di abbandonare la carriera di
compositore. Sarà l’impresario della Scala, Merelli, a convincerlo a
musicare “Nabucco”, opera con la quale otterrà uno straordinario
successo e che gli aprirà le porte dei maggiori teatri d’Italia e
d’Europa. Protagonista femminile di “Nabucco” fu il soprano Giuseppina
Strepponi, che poi diventerà la sua seconda consorte.
Gli anni fino al 1853 sono frenetici: una quindicina di melodrammi, tra
cui capolavori quali “Ernani” (Venezia 1844), “Macbeth” (Firenze 1847),
“Luisa Miller” (Napoli 1849), “Rigoletto” (Venezia 1851), “Il
trovatore” (Roma 1853), “La traviata” (Venezia 1853), seguiti da “I
vespri siciliani (1855), da “Simon Boccanegra” (1857) e da “Un ballo in
maschera” (1859). Sono gli anni dei fermenti patriottici, del
Risorgimento, che portano all’unità d’Italia e che trovano spesso
sentita espressione nella musica del Maestro. Ne 1861 Verdi viene
eletto deputato al primo parlamento italiano, in seguito sarà senatore
del Regno. Nella villa di Sant’Agata, poco distante da Busseto, il
Maestro all’apice della fama e della ricchezza alterna alla
composizione la cura appassionata dei poderi che è venuto via via
acquistando nella zona.
Del 1862 è la prima rappresentazione de “La forza del destino” per il
Teatro Imperiale di Pietroburgo, del 1867 il “Don Carlos” per l’Opéra
di Parigi, del 1871 l’“Aida” per il Cairo, del 1873 la “Messa da
requiem” dedicata alla memoria di Alessandro Manzoni. Alla soglia
dell’estrema vecchiaia altri due capolavori: “Otello” (1887) e
“Falstaff” (1893), conclusione di una vita artistica intensissima e
gloriosa.
Il 27 gennaio 1901 Verdi muore a Milano. La sua tomba è nella Casa di
Riposo per Musicisti, la costruzione che egli volle per i molti ridotti
in povertà e che, accanto all’ospedale di Villanova, pure da lui
costruito e mantenuto, resta la manifestazione più alta della sua
generosità.
La musica di Verdi, per il suo drammatico contenuto universale, per la
sua capacità sempre rinnovata di commuovere ed esaltare, continua, a un
secolo dalla morte, ad essere con quella di Mozart la più eseguita nel
mondo.
Ai maratoneti che percorreranno le terre verdiane, questa musica spesso
ritmicamente cadenzata, spesso dinamicamente intensa, è fonte di
stimolo; e talvolta anche i versi dei suoi librettisti, da Piave a
Boito, da Ghislanzoni a Maffei, sembrano prefigurare e aiutare lo
sforzo del podista, cominciando da quell’ “Alla gioia! … Alle corse,
alle gare!” de I due Foscari divenuto l’emblema della competizione. E
già dalla partenza tra i colli salsesi, viene in mente il celeberrimo
“Va pensiero, sull’ali dorate; va, ti posa sui clivi, sui colli” del
Nabucco: da quei colli declinanti può partire la rincorsa verso la
pianura, pur di non sprecare tutte le energie nei primi chilometri!
Se il sacro fuoco dell’agonismo ci invade, e insomma “stride la vampa -
la folla indomita corre a quel fuoco - lieta in sembianza” (Trovatore),
stiamo attenti: certo, “libiam ne’ lieti calici che la bellezza
infiora” come gli amici della Traviata, approfittando largamente dei
ristori posti dalla … padrona di casa, diamoci pure “alla vita che
t’arride - di speranza e gaudio piena”, ma almeno nella prima metà di
gara facciamo che il nostro sia Un ballo in maschera: non sveliamoci
del tutto, non spendiamo tutto quello che abbiamo. Teniamo in noi i
sogni di gloria, quelli che ci fanno tutti sperare, come Radames
nell’Aida, “se quel guerrier io fossi! se il mio sogno si avverasse”.
Non abbiamo paura di restare in gruppo, come il popolo compatto della
Battaglia di Legnano e della nostra meno cruenta battaglia per la
conquista di Busseto: “Sacro un patto - tutti stringe i figli suoi: -
esso alfin di tanti ha fatto - un sol popolo di eroi”.
Dopo Fontanellato è tempo di pensare al traguardo che si avvicina, ma
sempre con giudizio, e non è vietato rivolgersi ai santi del Paradiso:
“la Vergine degli Angeli - vi copra del suo manto, e voi protegga
vigile - di Dio l’angelo santo”. Sarà La forza del destino a portarci
fino alla meta; o se vogliamo metterla più sul profano, ricordiamoci
con Falstaff che “ride ben chi ride - la risata final”.
Quella risata che atteggerà il nostro viso sempre più nitidamente
quando passeremo in rapida successione dalla casa natale di Verdi alla
residenza del più grande umorista del Novecento, quel Giovannino
Guareschi che prese casa all’ombra del monumento del Maestro, sotto
cui mise in azione don Camillo e Peppone. Siamo ormai arrivati: sul
traguardo, eccoci dunque e definitivamente “alla vita che t’arride - di
speranza e gaudio piena”. Possiamo finalmente riempire i bicchieri con
tutto quello che ci siamo negati durante 42 chilometri: come nel
Macbeth, “si colmi il calice - di vino eletto - nasca il diletto -
muoia il dolor!”.
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