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Un amico di nome Giancarlo
Di Vittorio Fasolo
Anche quest’anno scopro che mancano pochi giorni alla Maratona delle Terre Verdiane, e puntuale arriva la chiamata di Chittolini. Così mi ritrovo a chiedermi da quanti anni lo conosco. E la mente fa un breve e struggente percorso a ritroso per ritornare a quell’autunno del 1970. Sono quasi 38 anni. Eravamo dei ragazzi, appena usciti dalle scuole superiori, reduci dalla “maturità” e felici, quasi stupiti di approdare ad una vita nuova, che si annunciava entusiasmante e ricca di soddisfazioni e di prospettive interessanti. L’incontro folgorante, quasi quello di Paolo sulla via di Damasco, con Giancarlo ed il suo “doppio”, il gemello Gianpaolo, un pomeriggio di settembre, nella camerata numero 1 della caserma Carabinieri, sezione atletica, al Molino Parisio di Bologna...
L’atletica è il nostro denominatore comune, io timido velocista veneto
da 11”0 sui 100, loro due estroversi mezzofondisti della grande
tradizione emiliana, mi basta pensare a Dorando Pietri per associare la
grande pianura attorno alla Via Emilia all’idea stessa della corsa. Mi
sovviene di averli visti, impossibile non notarli, negli anni
precedenti durante i Campionati Italiani Allievi, nella staffetta di
Reggio Emilia; due gemelli sono già di per sé una preziosa e curiosa
particolarità della natura, due gemelli atleti sono un evento
eccezionale, non mi era mai capitato di incontrarli.
Ora me li ritrovo vicini di branda, per 15 mesi condividiamo una vita comune di militari-atleti, fatta di fatiche e divertimento, di risate e di dubbi, di trasferte e di viaggi per l’Italia, di discussioni, di confronti, di condivisione dei sentimenti. Ne nasce un’amicizia tenace, profonda che dura da una vita; ero un ragazzo, ora sono un nonno. Gianpaolo è forte, e raggiunge i vertici nazionali del mezzofondo italiano che in quel momento sta cambiando pelle e si avvia alla rivoluzione degli anni ’70, appaiono nella squadra dei Carabinieri nomi favolosi come Diamante, Marietta, Brutti, Magnani, Mangano, Tentorini, Cagnolati, Grippo, Marchei e tanti altri, sotto la guida di un giovane allenatore Lucio Gigliotti; la corsa italiana di media e lunga distanza, storicamente arretrata, si rimette al passo con l’Europa, riguadagna posizioni e prestigio e prepara quello che sarà il boom degli anni ’80. Giancarlo non è altrettanto forte in pista ma ha una grande dote, quella di saper comunicare la sua passione e le sue conoscenze agli altri, è un comunicatore impetuoso, in perenne movimento, un vulcano di idee, un’instancabile sostegno durante l’allenamento, un attento analizzatore dei problemi legati alla corsa ed alla preparazione fisica dell’atleta, un prezioso confidente per l’altrettanto importante aspetto della figura dell’atleta, la dimensione interiore, mentale e psicologica. Diventa in poco tempo ai miei occhi, ma anche all’ambiente quello che un allenatore dovrebbe essere, non il “guru” inarrivabile e tremendo, non il teoreta freddo nella sua torre d’avorio, non il sergente dei marines che digrigna i denti, ma quella figura complessa e contemporaneamente semplice che vorresti sempre vicino a te, un misto di fratello maggiore autorevole, di padre comprensivo, di amico critico, di docente severo ma impegnato, di studioso qualificato ed esperto al quale è difficile dire di no perché sai che ha capito tutto di te. Nel frattempo passa qualche altro anno ed ognuno ha la sua vita, sono tornato nel Veneto, ma resta tra noi un legame fortissimo, quel legame che anche dopo settimane o mesi di lontananza ti fa reincontrare come se ci si fosse lasciati un’ora prima. Così lo seguo a distanza ma sempre con soddisfazione nel suo incarico di tecnico della Federazione di Atletica, ed appena posso lo raggiungo per qualche giorno al Centro Tecnico di Tirrenia: momenti indimenticabili in un ambiente meraviglioso, mi capita di rivedere un ragazzo che avevo notato anni prima nelle gare studentesche a Vicenza e che sta crescendo bene come maratoneta, Gelindo Bordin, ma i talenti da seguire in pista sono tanti, Barsotti, Merlo, Alliegro, Di Napoli, incredibilmente altri due gemelli, i Cellai.
Chittolini saltella dall’uno all’altro, consiglia, spiega, incita, sprona. E poi c’è il “terzo tempo”, come è diventato di moda dire adesso, con citazione dal mondo rugbistico, ma che nell’atletica c’è sempre stato: il dopo allenamento, i giri su e giù per la Toscana, da Livorno a Pisa, da Viareggio a Lucca, le ore sulla spiaggia, le cene nelle trattorie di campagna, le lunghe chiacchierate sotto i pini ad ombrello. Appare infine un ragazzo tutto riccioli di Fucecchio, un talento atletico smisurato ed umorale, un puledro indocile ed un po’ pigro, un diamante grezzo da tagliare e far brillare, dall’aspetto del putto rinascimentale, con un nome che più toscano non si può, Alessandro Lambruschini. Fanno anche rima, Chittolini e Lambruschini; i due, separati da qualche cresta di Appennino e da quindic’anni di anagrafe, diventano per qualche lustro un sodalizio incredibile, un impasto infuocato, in cui si alternano momenti di grande afflato e di scontro anche aspro, sempre ricomposto e rinsaldato sino al nuovo scontro, che fa crescere entrambi nei rispettivi ruoli di tecnico ed atleta e produce risultati eccezionali scolpiti a lettere d’oro nella storia dell’atletica italiana: dieci titoli nazionali, Coppa Europa, Giochi del Mediterraneo, Campionati Europei, Campionati Mondiali sino all’apoteosi, al sogno inconfessato, al giorno dei giorni, il bronzeo podio olimpico di Atlanta, con Lambruschini ad intaccare lo strapotere keniota. La nostra amicizia mi fa godere anche di questi momenti, che non sono facili e che costano a Chittolini fiumi di energie nervose e mentali; Giancarlo me ne fa partecipe nella maniera più completa perché, a differenza dell’osservatore distaccato, del tifoso occasionale, del critico incontentabile, del collega invidioso so quanto sacrificio, quanta passione, quanta sofferenza, quanto entusiasmo c’è dietro a tutto questo; come dice il Foscolo “..di che lacrime grondi, e di che sangue..” . La vita scorre, sempre più velocemente, e mettiamo in archivio anche questi ricordi degli anni ‘80 e ‘90, ma Chittolini non è ancora pago e proprio due anni dopo il trionfo americano mette in scena la sua nuova avventura, il nuovo sogno, una maratona che parta dalla sua città, anzi proprio da sotto le sue finestre, e si inoltri per la campagna, entrando ed uscendo da città e borghi, intrecciandosi al mito della Via Emilia, della Via Francigena e di Dorando. Sembra un azzardo, le maratone sono ormai tante, ogni città, ogni regione ha le sue, il fenomeno non sembra più in grande espansione come un decennio prima, eppure Giancarlo ci crede, sempre con quel suo trascinante entusiasmo, con quell’ottimismo travolgente, che lo porta ad affrontare gli innumerevoli problemi che comporta l’organizzazione di un evento come questo, a coinvolgere associazioni, enti, strutture pubbliche e privati, a galvanizzare ed interessare singoli atleti e dirigenti. La corsa si intreccia ad un altro grande mito, emiliano in primis, ma anche nazionale e mondiale, quello di Giuseppe Verdi, e l’idea di raggiungere “fisicamente” il monumento del Maestro a Busseto, sfiorandone la casa natale ed i luoghi della sua vita, mi appare da subito incredibilmente affascinante, un’idea vincente che Chittolini con sano realismo e mezzi tutto sommato limitati affida ad una dimensione contenuta ed elegante, ad una crescita confortante e costante, evitando le strombazzature pacchiane di altri eventi e creando un’atmosfera festosa e lieta, ma anche suadente e discreta, in veneto si definirebbe “coccola”, che è di grande gratificazione.
Lo è per me che nel frattempo in questi 38 anni da velocista da 11”0 mi sono faticosamente trasformato in maratoneta da sopra le 4 ore ( un muro che ancora non riesco ad abbattere..), lo è per i tanti che da 11 anni e da tutt’Italia (qualcuno anche dall ‘estero) calano a Salsomaggiore alla fine di febbraio per vivere queste belle giornate che non sono solo di maratona, ma anche di suggestione di luoghi, di storia, di cultura, di amicizia. Anno dopo anno mi sembrano sempre di più questi miei compagni di strada, ogni anno Chittolini perde il sonno e la voce, ogni volta Giove Pluvio sembra prendersi cura di non disturbare la sua e la nostra fatica. Così il mio annuale ritorno a questa maratona è diventato un rito ineluttabile e questa maratona acquista in più per me un pregio particolare, quasi una santificazione dell’amicizia, sicuramente una riscoperta della giovinezza, ricalcando quelle strade su cui avevo corso con lui quasi quarant’anni fa nella mia prima visita a Salsomaggiore. Nella vita bisogna avere anche un po’ di fortuna, tra cui quella di trovarsi dei buoni amici. Grazie Giancarlo, buona maratona.
VITTORIO FASOLO
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